Human Highway, in collaborazione con Vadoinafrica.com, ha realizzato una ricerca per Alice For Children, presentata durante l’evento “Voglia d’Africa 2026“, con l’obiettivo di esplorare come le imprese italiane guardano al continente africano oggi e nel lungo periodo.
I fondamentali economici di un continente in trasformazione
Secondo il Fondo Monetario Internazionale, l’Africa subsahariana crescerà intorno al 4–4,5% annuo nei prossimi anni, con diversi Paesi tra i più dinamici al mondo. La Banca Mondiale prevede un’ulteriore accelerazione, sostenuta da riforme economiche e investimenti infrastrutturali.
Ma il dato forse più rilevante è demografico: entro il 2030, circa metà dei nuovi ingressi nella forza lavoro globale arriverà proprio dall’Africa. A questo si aggiunge un mercato interno già molto ampio – oltre 1,2 miliardi di persone – e destinato ad espandersi rapidamente, con una classe media in crescita e bisogni ancora in gran parte inespressi.
In parallelo, la creazione della più grande area di libero scambio al mondo per numero di Paesi (AfCFTA) e il forte fabbisogno di investimenti in infrastrutture aprono spazi concreti per operatori internazionali. In questo scenario, l’Africa appare sempre meno come un mercato “difficile” e sempre più come un sistema economico in costruzione, dove la competizione non è ancora saturata.
Perché l’Africa: una visione di lungo periodo
Dietro l’interesse delle imprese non c’è un singolo fattore, ma una convergenza di elementi che rimandano tutti a una logica di lungo periodo. L’Africa viene letta come uno spazio economico in trasformazione, sostenuto da dinamiche demografiche uniche e da una crescita attesa dei redditi che potrebbe far emergere nuovi segmenti di consumo e nuovi bisogni. A questo si affianca la percezione di un continente ancora “aperto”, dove molte filiere sono in fase di costruzione e dove esistono margini per entrare prima che la competizione diventi pienamente strutturata. Nelle parole degli intervistati emergono anche motivazioni meno strettamente economiche: la possibilità di costruire relazioni durature, di valorizzare competenze e di contribuire allo sviluppo locale. L’Africa, in questo senso, non è solo un mercato da presidiare, ma un contesto in cui crescere insieme ai territori, intrecciando opportunità di business e prospettive di impatto.
Le difficoltà restano, ma chi è già attivo le ridimensiona
La parte più utile della ricerca, forse, è quella che mette a confronto immaginario e pratica. Le criticità citate sono note: fragilità infrastrutturale, burocrazia, tensioni sociali, difficoltà logistiche, lentezza dei pagamenti, accesso alle valute, affidabilità dei partner, corruzione, barriere doganali. Il punto però è che chi non è ancora attivo tende a sovrastimare questi ostacoli più di chi opera già sul territorio. Tra le aziende già presenti, l’incidenza di citazione di alcune difficoltà è inferiore di quasi dieci punti rispetto a quella espressa dai non attivi.
Non significa che i problemi non esistano. Significa, piuttosto, che la distanza dal mercato produce spesso un pregiudizio maggiore dell’esperienza diretta. E che molte criticità, una volta entrati, si trasformano da deterrenti assoluti in variabili da gestire.
È un passaggio cruciale: nelle strategie di internazionalizzazione, la percezione del rischio conta quasi quanto il rischio stesso. Per questo la costruzione di canali di conoscenza affidabili diventa decisiva.
Kenya nelle mappe delle imprese: interesse alto, conoscenza ancora limitata
La ricerca dedica un focus al Kenya, che emerge come uno dei Paesi più promettenti nel percepito delle persone. La maggioranza degli intervistati lo considera una grande promessa; i veri detrattori sono pochissimi, mentre oltre un terzo dichiara di non avere ancora un’idea precisa del Paese. Anche qui si vede una combinazione tipica di attrazione e distanza: interesse elevato, conoscenza non sempre sufficiente.
Nelle risposte aperte, il Kenya viene descritto come un contesto dinamico, relativamente stabile, con opportunità per investimenti e collaborazioni istituzionali. Ma non mancano osservazioni più prudenti: il potenziale è riconosciuto, senza che questo elimini la necessità di distinguere per settore, rete locale e capacità esecutiva.
Un interesse economico che incontra la sensibilità sociale
C’è infine un ultimo elemento da non trascurare. Metà delle aziende del campione sostiene già progetti umanitari o sociali. Nelle PMI la formalizzazione di politiche CSR è meno frequente che nelle grandi aziende, ma l’attenzione all’impatto appare diffusa. Questo crea un terreno interessante: in molti casi, l’interesse per l’Africa non nasce solo da una logica di espansione commerciale, ma si intreccia con una sensibilità verso sviluppo, formazione, cooperazione e crescita delle competenze locali.
Per approfondire
Per chi vuole ampliare lo sguardo oltre i risultati della ricerca, alcune risorse aiutano a leggere il ruolo dell’Africa nei nuovi equilibri economici globali.
Il canale YouTube Eurafrica raccoglie interviste e contenuti utili per comprendere le relazioni tra Europa e Africa da una prospettiva economica e culturale.
Tra le letture, Il secolo africano di Diego Masi (Mimesis, 2025) offre una visione orientata al futuro del continente e delle sue opportunità.
Più ampio lo sguardo di Risiko di Federico Rampini (Mondadori, 2022), che colloca l’Africa all’interno delle dinamiche geopolitiche globali.
Infine, per una lettura più focalizzata sull’evoluzione economica del continente, Africa’s Business Revolution di McKinsey & Company (Harvard Business Review Press, 2018) analizza i principali driver di crescita e le opportunità per le imprese.
