AI: la usiamo ma non le crediamo

A oltre quattro anni dal lancio di ChatGPT, il ricorso agli strumenti di intelligenza artificiale ha superato la fase dell’adozione pionieristica ed è entrato in quella della normalizzazione d’uso. Non è più una tecnologia di cui si parla: è una cosa che si fa, tutti i giorni, spesso senza pensarci.

Lo raccontano i dati della nostra ricerca continuativa sull’utilizzo dell’IA, condotta sul panel OpLine da gennaio a luglio 2026 su 3.874 individui rappresentativi della popolazione italiana maggiorenne. Sette wave mensili che permettono di osservare non solo la fotografia, ma il movimento.

Da pionieri a consumatori abituali

Oggi in Italia oltre 4 milioni di individui dichiarano di usare l’IA una volta al giorno o quasi, e solo un individuo su sei ignora del tutto il fenomeno. Sommando chi la usa spesso e chi la usa di tanto in tanto, si arriva a sei italiani su dieci.

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L’utilizzatore assiduo è leggermente più spesso un uomo, ha meno di 45 anni, vive in una grande città ed è laureato. Tra gli over 64 la concentrazione di utenti assidui è cinque volte inferiore alla media.

Il dato più eloquente, però, non è quanti la usano ma quanto la usano. Le sessioni di consultazione crescono di circa il 10% al mese, fino al massimo di 450 milioni di sessioni registrate a giugno 2026. La crescita non dipende più dall’allargamento della base utenti — ormai prossima alla totalità degli individui maggiorenni online — ma dall’intensificarsi della frequenza. Con questo ritmo, i volumi di consumo potrebbero raddoppiare entro fine anno, verso i 600 milioni di sessioni mensili.

Sul mercato agiscono due spinte convergenti. Da un lato l’integrazione dell’IA dentro servizi che le persone già usavano — Google AI Mode e Copilot in Microsoft Office — che porta la tecnologia agli utenti senza che debbano andarla a cercare. Dall’altro la soddisfazione di chi la usa, che alimenta l’esplorazione di nuovi servizi.

Gli strumenti: ChatGPT domina, Claude sorprende

L’ecosistema è dominato dai grandi modelli linguistici, con ChatGPT (60% degli utilizzatori abituali) e Gemini (48%) nel ruolo di porte d’ingresso principali al mondo dell’IA. Seguono Copilot (13%), Google (7%), Claude AI (6%) e Meta AI (5%).

Il dato che colpisce di più riguarda Claude: la sua base di utilizzatori è passata dall’1% di inizio anno all’11% di luglio, pari a quattro milioni e mezzo di individui. Una moltiplicazione per dieci in sette mesi, concentrata tra i laureati e i residenti nelle grandi città del Nord. Sul fronte opposto, l’aggregazione delle diverse property porta Google a una reach intorno al 56%: è oggi l’unico soggetto in grado di insidiare il primato di OpenAI sul pubblico consumer.

La ricerca ha censito 94 strumenti diversi, ma la classificazione per ambito d’uso mostra una concentrazione netta: i chatbot generalisti raggiungono oltre quattro utenti su cinque. La seconda categoria è dieci volte meno numerosa (6% per “Ricerca & Dati”), seguita dal 2% che usa strumenti di editing e creazione di contenuti. Gli agenti intelligenti restano sotto l’1% e la loro quota appare stabile nel tempo: la promessa dell’automazione, per ora, non ha ancora incontrato il pubblico di massa.

Si usa per curiosità, si apprezza per l’efficienza

Perché le persone aprono una chat con l’IA? Più di una consultazione su tre nasce dalla curiosità personale (37%). Aggiungendo hobby e passioni (21%), oltre metà delle sessioni è associata a temi leggeri e a occasioni di svago. Lo studio e l’approfondimento (23%) precedono il lavoro, che pesa solo per il 19% delle motivazioni.

Ma quando si guarda a chi la usa per lavoro, la valutazione è netta. Gli aspetti più apprezzati sono la velocità di esecuzione (il 65% dei rispondenti esprime un voto pari o superiore a 8) e l’aiuto offerto al lavoro umano (59%). Le riserve maggiori riguardano invece la possibilità che l’IA sostituisca il lavoro umano e che il suo impiego porti a una riduzione dei costi: due temi molto presenti nel dibattito pubblico, sui quali la sensibilità di chi lavora esprime una risposta negativa piuttosto chiara.

Emerge qui un’indicazione controintuitiva: all’aumentare degli anni di esperienza professionale sale la valutazione dell’IA su efficienza, precisione e qualità, mentre cresce lo scetticismo sull’idea che sostituirà il lavoro umano. L’IA viene vissuta come un esoscheletro cognitivo, non come un rimpiazzo — e questa lettura si fa più convinta con l’età.

La gente la usa. Ma non si fida di quello che dice

Se l’esperienza d’uso è positiva, l’atteggiamento resta ambivalente. Il 63% degli italiani è d’accordo con l’affermazione “le persone devono imparare a usare l’IA altrimenti ne saranno schiave” e il 62% ritiene che l’IA renda verosimili le fake news, al punto che non si capisce più cosa è vero e cosa no. Il 57% la considera una tecnologia pericolosa che può sfuggirci di mano.

Sul versante positivo, invece, la prudenza domina: all’affermazione “l’IA sarà capace di portare grandi benefici all’umanità” quasi metà dei rispondenti (46%) risponde in modo interlocutorio. Il giudizio, di fatto, è sospeso e dipenderà dagli usi che questa tecnologia assumerà.

C’è poi un dato che merita una lettura a parte: l’unica affermazione su cui il disaccordo supera l’accordo è “io so usare gli strumenti di IA meglio della media delle persone”. Il disaccordo è più marcato tra le donne, le persone più anziane e meno istruite: in questi segmenti l’IA è percepita come una black box complessa, e proprio per questo è associata a una sensazione di maggior pericolo.

Un fenomeno, quattro modi di vederlo

Combinando le posizioni sui diversi item emergono quattro cluster di atteggiamento, che descrivono due terzi degli intervistati:

  • I tecno-pessimisti (24%) — il rischio esistenziale ed epistemico: ansie legate alla perdita di controllo e alla distorsione della realtà. È il gruppo più esteso, trasversale per sesso ed età ma più forte tra le donne.
  • La critica politica (15%) — lo spostamento del potere: chi detiene le chiavi della tecnologia e come questa riscriverà i rapporti di forza. È il fattore della “disuguaglianza algoritmica”.
  • L’adattamento (18%) — la visione del futuro del lavoro e la corsa contro la macchina. Tipico degli uomini di mezza età, legge il fenomeno nella prospettiva professionale: l’IA come competenza obbligatoria, imposta dal cambiamento, non come scelta.
  • La fiducia (9%) — l’unico gruppo a polarità positiva, fondato sulle promesse di benessere e progresso. È anche il più piccolo: la narrazione del “progresso salvifico” fatica a fare breccia rispetto ai timori concreti.

Le prime indicazioni temporali mostrano che l’estensione dei primi due cluster è costante, mentre una quota di individui si sta spostando dalla fiducia alla consapevolezza della necessità di un adattamento.

Le parole delle persone

Alla fine dell’intervista abbiamo chiesto ai rispondenti di raccontare con due brevi frasi come l’IA ha cambiato la loro vita. Il tono cambia radicalmente rispetto alla batteria di atteggiamenti: il 71% delle frasi che le persone hanno usato per descrivere il loro vissuta si riferisce ai benefici ricavati e solo il 14% delle espressioni è improntato a diffidenza od ostilità.

Le parole più ricorrenti sono supporto (24%), velocità (17%), ricerca (15%), facilità (12%). Le due voci principali — ottimizzazione del tempo (28%) e supporto e assistenza (26%) — coprono da sole metà delle risposte. Il 12,5% delle persone non rileva alcun cambiamento significativo.

Alcune testimonianze raccontano meglio di qualsiasi percentuale:

“Mi ha costretto a pensare meglio: se faccio domande superficiali ottengo risposte superficiali.” — giovane, Roma

“Tende a compiacere le persone e inventare di sana pianta: bisogna sempre chiedere le fonti.” — professionista, 50 anni

“Purtroppo siamo obbligati ad usarla perché la trovi sulle piattaforme o comunque la subisci tuo malgrado.” — insegnante, 40 anni

Non delega, collaborazione

Il quadro che emerge è quello di un Paese in cui l’intelligenza artificiale è diventata uno strumento quotidiano per milioni di persone, ma senza il salto di fede che il dibattito pubblico spesso presuppone. Nonostante le riserve etiche e i timori sulla sicurezza, prevale un approccio pragmatico, generato da interesse e sorpresa, che valorizza l’efficienza e il supporto cognitivo offerto dalla nuova tecnologia.

L’IA non ha ancora rivoluzionato la vita delle persone: ha iniziato a semplificarla. E lo ha fatto non con la delega — “l’AI fa le cose al posto mio” — ma con un rapporto di collaborazione: “l’AI mi aiuta ma io rimango in controllo”.